Ordine Architetti Padova

ARCHITETTI NOTIZIE - 04_2021

01 dicembre 2021

L'ultimo numero del 2021 ci guida in un percorso che attraversa il cuore più intimo e, allo stesso tempo, più sperimentale dell’architettura: il suo rapporto con il gesto del disegnare, con la percezione, con le comunità urbane e con le relazioni — umane e non umane — che abitano lo spazio costruito. Fin dalle prime pagine emerge una riflessione poetica e precisa sul disegno a mano come pratica conoscitiva, critica e meditativa. Disegnare diventa un modo per scegliere cosa osservare, per filtrare il reale e restituirlo nella sua essenza, senza l’eccesso di informazioni tipico degli strumenti digitali. Lo schizzo rapido, anche imperfetto, appare come un atto di sintesi potente, capace di raccontare uno spazio meglio di un modello complesso, perché mette al centro il tempo, l’esperienza e lo sguardo individuale. Questa riflessione si intreccia con esempi concreti, come l’uso dei disegni sferici nei taccuini personali o nelle applicazioni contemporanee — come un’interfaccia digitale che nasce proprio da una rappresentazione immaginata, un salone veneziano pensato per accogliere oggetti di artigianato in una piattaforma interattiva. 


Da questa dimensione intima il discorso si amplia verso un orizzonte più speculativo e collettivo grazie al contributo dedicato alle tecnologie relazionali. Qui la rivista racconta un esperimento quasi teatrale: un gioco di ruolo, presentato alla Biennale di Venezia, in cui esperti di diverse discipline sono chiamati a rappresentare non-umani — piante, dati, strategie, idee — per ripensare l’abitare collettivo. L’obiettivo è provocatorio e affascinante: esplorare come architettura e urbanistica possano includere, oltre agli esseri umani, altre forme di vita e di presenze che partecipano alla costruzione del mondo. Il testo invita a dare nome alle relazioni — tra uomini e natura, tra uomini e tecnologie, tra luoghi e comunità — per comprendere come queste influenzino la forma della città, spesso in modi invisibili. La narrazione mostra quanto sia necessario sviluppare una nuova consapevolezza: immaginare città in cui la diversità delle relazioni diventi risorsa per un futuro più equo, più complesso e più sensibile. 


La parte finale della rivista si sposta verso una dimensione critica e quasi autocosciente della professione. Si parla del momento difficile attraversato dalla cultura architettonica italiana, segnata da una certa distanza tra il linguaggio specialistico dei progettisti e le esigenze reali dei cittadini. Il testo invita gli architetti a un gesto di umiltà: rinunciare al narcisismo, smettere di parlare solo ai propri pari, allenarsi a una ricerca più ampia, capace di integrare sostenibilità, durata, antropologia, persino musica rap, per comprendere l’uomo e i suoi bisogni. Il passato del Moderno viene guardato senza estremismi: grandi maestri hanno prodotto opere iconiche, ma spesso poco abitabili; oggi, invece, la sfida è restituire alla professione un ruolo sociale credibile, capace di rispondere a problemi nuovi e complessi. 


Nel complesso, ci racconta un’architettura che non è solo tecnica, ma gesto, dialogo, relazione. Un’architettura che oscilla tra intimità e collettività, tra taccuini personali e grandi visioni urbane, tra attenzione ai dettagli e domande radicali sul futuro della città e della professione. È una narrazione che invita a guardare lo spazio con occhi nuovi, più aperti, più critici e più umani — o, forse, più capaci di accogliere anche ciò che umano non è.

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